Lumignano: un sogno

Scritto da Pietro Dal Prà

Metà scarsa anni Ottanta. Domenica mattina, ore 7,50, Vicenza, Viale Roma, parte l'8. Via fino al capolinea, piazzale di Lumignano.

Dall'autobus escono due nanetti, nascosti da zaini più grandi di loro. Uno biondo, capelli a caschetto, occhi chiari, profondi e indecifrabili, l'altro più scuro, meno enigmi nello sguardo, che va comunque lontano. Fanno venticinque anni in due, ma quello che stanno vivendo li fa essere, e soprattutto sentire, più grandi di quello che sono.

Il loro legame è forte, sono amici veri. Si parlano di tutto, ridono e scherzano fino a quando hanno i piedi per terra. Quando mettono mani alla roccia i loro sguardi cambiano in una concentrazione totale. Entrambi di forte personalità, devono primeggiare. Almeno sulla roccia. È anche la competitività fra loro che li fa arrampicare ogni settimana meglio, sempre più forte. Stringono dita, denti e cuore. Per questi anni c'è il bianco e c'è il nero. C'è arrampicare.

Dal lunedì al venerdi vivono il disadattamento a scuola, l'attesa per la vita vera, quella del fine settimana, sempre insieme. Vanno ad arrampicare, che strano. In un'epoca in cui la scalata è per pochi, fa un certo che vedere due poco più che bambini muovere da soli le loro vite in una direzione verticale.

Hanno una grossa fortuna. Vivono i loro primi passi in periodo in cui la scalata sta rinascendo, si tinge di colori nuovi.

C'è l'energia della nascita dell'arrampicata libera. Quell'energia è la benzina sul fuoco della loro passione.

Renè e Pierino hanno un'altra grande fortuna. Stanno a Vicenza. Vicino c'è un mondo che permette loro di sognare e vivere la loro avventura. C'è Lumignano.

 

3 novembre 2006. Sono sdraiato al sole sulla terrazza di roccia che sta sotto il muro delle vie più difficili di Lumignano.

Pezzi di roccia su cui ho incollato le dita e si sono incollati alla mia vita. Mi sembrano più piccole, più basse di allora. Ma nulla hanno perso del loro fascino.

Ogni volta che torno qua mi sento in una mia casa che non vivo da tempo e respiro il ricordo di quell'aria, di quella tanta vita, di tutto quell'entusiasmo che animava me e il gruppo di scalatori di cui, in virtù della mia età, mi sentivo un po' la mascotte.

Arrivare su questa terrazza era sempre un'emozione. Una gioia di un qualcosa che si sarebbe scoperto quel giorno.

Ci si guadagnava un posto fra gli zaini, in genere ognuno aveva il suo preferito e un po' personale. Gli zaini... anche quelli me li ricordo più grandi. Forse lo erano. Vi trovavano posto, oltre agli sgangherati rinvii con fettucce non ancora cucite e moschettoni tutti diversi, qualche nut, dei cordini da sosta, corde più corte e più grosse di quelle di oggi.

Mi ricordo quando su questo muro, il più liscio e strapiombante della parete, non c'erano vie. E neanche lo si guardava perché non era concepibile.

Michele si calò a mettere i primi spit che sarebbero diventati Orient Express, e in molti sorridevamo pensando buttasse via tempo e ferri. Qualche mese più tardi ci sarei salito. Su quella via si partiva con un dado da incastrare sotto il primo spit, solo in seguito abbassato...

 

All'incrocio incerto di due modi di vivere la scalata, Michele, a quegli anni un po' orso un po' volutamente sacrilego, era avanti a noi nell'idea di arrampicata.

Era uscito dai confini dell'ambiente alpinistico vicentino. Aveva visto e vissuto altri posti in cui nasceva l'arrampicata libera. Tornato dal Verdon, diceva che finalmente aveva visto la roccia bella, non quei marcioni delle Dolomiti. Era provocatore, forse perché era l'unico che era "uscito", e quindi un po' incompreso. Per fortuna. Furono le sue vie, sempre futuristiche per i momenti in cui le attrezzava, che diedero a me, e non solo, la possibilità di progredire così velocemente nella scala delle difficoltà. Ma ancor più di formarmi come scalatore su vie... maiuscole.

Dietro e dentro quelle vie c'era un'anima, quella di Michele "Casco d'oro". Oggi in quale falesia moderna puoi ancora avere un certo timore per moschettonare il primo e poi il secondo spit? Dove trovi ancora linee come El Somaro, Papillon, Technicolor e altre, che vanno a destra e a sinistra a inseguire forme di roccia, e non sono solo asettiche rette?

Su quali vie di alta difficoltà devi ancora portarti tutti i rinvii... perché non ne trovi già lì?

L'anima di quelle salite, nate su una tradizione alpinistica e proiettate verso la libera difficile, era diventata anche l'anima di quel luogo.

Ed ancor oggi sopravvive alla globalizzazione della scalata.

Lumignano non sarà mai una falesia come tante altre.

 

 Su quell'anima era nato un bel gruppo di scalatori. Tutti un po' particolari, personalità forti. Un gruppo in cui tutti gli estremi individualismi di ognuno riuscivano a convivere e lasciavano la possibilità di condividere. Il tempo passava. Correvamo sulle nostre strade divise, ma non lontane da non vederci. Tutti con una storia diversa, stavamo bene insieme, al sole di quelle pareti che divenivano sempre più come quelle di una casa... aperta.

 Non esistevano altre palestre nel Veneto, e in Italia poche come la "nostra". Godevamo di questo privilegio senza saperlo. Lumignano divenne in breve, per molti di noi assidui, non solo un posto dove arrampicare, ma una fornace di sogni. I luoghi della scalata erano pochi e lontani, difficili da raggiungere. Erano quelle distanze, fisiche e psicologiche, che ci facevano sognare. Era la natura stessa dell'arrampicata di quegli anni, ancora così poco istituzionalizzata e con le sue varie forme non ancora inscatolate in contenitori chiusi. Eravamo scalatori che sognavamo tanto i tiri duri in palestra (...non si diceva ancora falesia...) quanto le grandi pareti, e anche alte montagne. Sogni mai disgiunti dall'idea del viaggio. ...Sogni d'oro...

Oggi, sdraiato su questa terrazza, basamento della mia vita, mi guardo sopra alla testa e sento tutta la fortuna di aver vissuto quel periodo fantastico, a cavallo della metà degli anni Ottanta, quando la scalata non era ancora sportiva. Era l'arrampicata libera, una grande avventura.